Non tutti i bambini sono uguali. Per quanto Riva fosse generalmente
amato, grazie soprattutto ai suoi gol in nazionale, ricordo che nella mia
lontana (dal grande calcio) Trieste il tifo in classe era equamente diviso
fra le grandi storiche, e che le mie simpatie per il Cagliari (e il Bologna)
venivano vissute dagli amici come un'estrosità misteriosa ma in qualche
modo coerente: se quando si andava al cinema per un western ero l'unico
a parteggiare per gli indiani, ci stava che la frequenza dei successi di
Juve, Milan e Inter non mi commuovesse. Si vede che una convinzione
forte che avrei maturato nel tempo, il rifiuto del concetto di vincente
inteso come uno che vuole arrivare primo non importa come, era
dentro di me già all'epoca. Non scherziamo: il come non solo importa,
è fondamentale.
Diversi anni dopo, quando la Gazzetta mi ha destinato a seguire la
nazionale, ho conosciuto Gigi Riva. Di solito una delle peggiori sfortune
che ti possano capitare nella vita è incontrare i tuoi miti d'infanzia,
perché raramente l'uomo in carne e ossa riesce a non offendere
l'immagine senza difetti che da bambino ti eri creato di lui. Riva,
invece, si dimostrò (e continua a dimostrarsi) perfettamente identico alla sua
icona; talmente identico da farmi venire la tremarella alle gambe al
momento di stringergli la mano. Malgrado l'età della ragione mi avesse
raggiunto da un pezzo, non avrei trovato nulla di strano se, dopo avermi
salutato, fosse montato sul cavallo Dinamite e, andandosene, avesse
scaricato in aria le sue colt. Generalmente i giornalisti sono brutta gente,
refrattaria alle emozioni avendone viste tante e un po' cinica nel contatto
con i grandi personaggi, quelli che fanno delirare le masse e, dunque, a
noi eletti non devono fare un baffo. La regola è sempre stata valida
anche per me tranne che in un caso, l'incontro con Gigi. Avrei mantenuto
immacolata la mia fedina emotiva se lui si fosse rivelato un uomo banale,
o modesto, o anche normale; bastò invece parlarci assieme qualche
minuto - di cosa, onestamente, non ricordo - per capire da quali
profondità arrivassero le ispirazioni, calcistiche e umane, che tanto
avevano affascinato quel bambino di Trieste. Oggi come allora Riva è
solitario per scelta, pulito per intima necessità, leale per carattere. E' un
eroe inconsapevole di questi tempi drogati di apparenza, malinconico
come tutte le persone intelligenti e crepuscolare per l'impossibilità di
lasciare eredi. Non è neanche lontanamente pensabile che un fuoriclasse
di oggi rinunci a un ingaggio triplicato pur di rimanere nella squadra, o
meglio nella terra, alla quale si è legato; verrebbe preso per pazzo, o
magari per un Che Guevara anti-sistema da abbattere per la salvezza del
business.
Questo bel libro di Nanni Boi, una specie di romanzo storico che ti tiene
avvinto anche se fin dalla prima pagina ne conosci la conclusione,
contiene un elemento classico delle tragedie greche: il coro. In realtà qui
di tragico non c'è nulla, anzi, da Giulio Andreotti a Graziano Mesina le
molte voci che prendono la parola hanno tutte una loro originale allegria
da comunicare, perché il vento delle imprese del vecchio Cagliari faceva
sbattere le finestre del Parlamento esattamente come quelle delle
prigioni. E' quando l'ultima nota del coro si spegne, che assapori il
retrogusto amaro di questo romanzo: ovvero l'eccezionalità di
un'avventura sportiva che, come tale, dovrebbe essere più frequente. E
invece se un tempo era rarissima, oggi è del tutto impossibile. Lo stesso
immutato magnetismo della figura di Riva, la sostanziale sparizione dei
suoi compagni di allora dal calcio post-moderno, la dolorosa scomparsa di
un maestro di vita come Scopigno, sono elementi mitologici proprio in
quanto ultimi: dopo di loro, in Sardegna e nel resto d'Italia, la
fantasia non ha mai più raggiunto il potere. E forse non è casuale che sia
successo nel 1970, in un'epoca in cui cambiare il mondo sembrava
possibile, e persino i Lo Bello parevano strizzare l'occhio alla rivoluzione.
Quello scudetto è rimasto un pezzo unico, il virtuosismo finale e
beffardo di un pallone che presto sarebbe stato costretto a rimbalzare
secondo le leggi del denaro e dell'audience. Se a distanza di trent'anni
siamo ancora così legati a quel Cagliari e a Gigi Riva, è perché ci
ricordano i tempi nei quali sapevamo ancora sognare. Tutti. Protetti da
Tex Willer, di cosa potevamo aver paura?
Paolo Condó
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